In Iran nelle ultime settimane si è sviluppata una nuova ondata di proteste di massa contro il regime, iniziata alla fine di dicembre 2025 e cresciuta rapidamente in tutto il paese.

Cosa sta succedendo ora

  • Migliaia di persone stanno scendendo in piazza in numerose città (Teheran, Tabriz, città curde e aree petrolifere del sud) contro il sistema della Repubblica islamica e contro le difficili condizioni economiche e sociali.
  • Le proteste non sono più episodi isolati ma vengono descritte come una vera e propria “rivolta nazionale” con un livello di organizzazione e continuità superiore a molte ondate precedenti.

Repressione e vittime

  • Organizzazioni per i diritti umani con sede all’estero parlano di oltre 2.000 manifestanti uccisi dall’inizio delle proteste, con decine di minorenni tra le vittime; i numeri però non possono essere verificati in modo indipendente per via della censura e dei blocchi di internet.
  • Si parla anche di decine di migliaia di arresti, con denunce di torture, processi farsa e condanne pesanti contro chi partecipa o sostiene le proteste.

Reazione del regime

  • Il leader supremo Ali Khamenei ha tenuto un discorso in cui mostra preoccupazione per la portata della rivolta, cercando di dipingerla come un complotto straniero ma senza riuscire a spegnerla.
  • Il presidente Masoud Pezeshkian, inizialmente più conciliante, ha adottato un tono molto più duro, allineandosi alla linea securitaria e giustificando la repressione con la “difesa dell’ordine”.

Reazioni internazionali

  • Alcuni governi occidentali hanno condannato la violenza contro i manifestanti: ad esempio il Regno Unito ha parlato in Parlamento di “repressione più brutale e sanguinosa degli ultimi tredici anni”, denunciando migliaia di morti e arresti.
  • Gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump, hanno avvertito Teheran che se le forze di sicurezza continueranno a sparare sui manifestanti “arriverà una risposta” e che “aiuti sono in arrivo”, aumentando la tensione regionale.

Rischio di escalation regionale

  • Analisti e media europei e statunitensi discutono apertamente del rischio che, sullo sfondo delle proteste, si arrivi a uno scontro più diretto tra Iran, Stati Uniti e Israele, compresa l’ipotesi di attacchi preventivi o ritorsioni militari.
  • Allo stesso tempo, viene sottolineato che un eventuale conflitto armato potrebbe essere usato dall’élite iraniana, in particolare dai Pasdaran (IRGC), come pretesto per schiacciare ancora più duramente la contestazione interna.

In sintesi: in Iran è in corso una grande ondata di proteste anti‑regime con una repressione molto violenta, un numero di vittime potenzialmente altissimo e un livello di tensione internazionale che fa temere anche scenari di conflitto più ampio.